17 Marzo 2011 - 150° Anniversario Unità D'Italia


 Agli Italiani nel Mondo,
sottopongo alla Vostra attenzione dei documenti per  ricordare i momenti significativi della nostra unità che fra qualche mese compie 150 anni.

E’ una raccolta che non finisce qui che sarà  incrementata perché è aperta al contributo  di Tutti.
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La rubrica  sarà lieta di ospitare appunti, pagine di vita vissuta, i ricordi e le manifestazioni che celebrerete…..
L’Aitef ha rivolto sollecitazioni al Governo per coinvolgere gli Italiani che sono lontani dalla terra natia infatti l’anniversario riguarda tutti gli Italiani ovunque risiedano.
L’Aitef, convito del ruolo significativo degli Italiani nel mondo svolgerà una serie d’incontri; ha già programmato un incontro a Grenoble nell’Associazione dei Coratini il 15 gennaio ed in Argentina a febbraio.
Ecco alcuni documenti: iniziamo dal  messaggio di fine  del presidente Napolitano

Dal messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

……..”C'è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. i Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare : proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Quelle che abbiamo accumulato nella nostra storia di centocinquant'anni di Italia unita.

Celebrare quell'anniversario, come abbiamo cominciato a fare e ancor più faremo nel 2011, non è perciò un rito retorico. Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Ci serve, ci aiuta, ripercorrere nelle sue asprezze e contraddizioni il cammino che ci portò nel 1861 a diventare Stato nazionale unitario, ed egualmente il cammino che abbiamo successivamente battuto, anche fra tragedie sanguinose ed eventi altamente drammatici. Vogliamo e possiamo recuperare innanzitutto la generosità e la grandezza del moto unitario : e penso in particolare a una sua componente decisiva, quella dei volontari. Quanti furono i giovani e giovanissimi combattenti ed eroi che risposero, anche sacrificando la vita, a quegli appelli per la libertà e l'Unità dell'Italia! Dovremmo forse tacerne, e rinunciare a trarne ispirazione? Ma quello resta un patrimonio vivo, cui ben si può attingere per ricavarne fiducia nelle virtù degli italiani, nel loro senso del dovere comune e dell'unità, e nella forza degli ideali.

  • Ed è patrimonio vivo quello del superamento di prove meno remote e già durissime, come il liberarci dalla dittatura fascista, il risollevarci dalla sconfitta e dalle distruzioni dell'ultima guerra, ricostruendo il paese e trovando l'intesa su una Costituzione animata da luminosi principi. No, nulla può oscurare il complessivo bilancio della profonda trasformazione, del decisivo avanzamento che l'Unità, la nascita dello Stato nazionale e la sua rinascita su basi democratiche hanno consentito all'Italia. Di quel faticoso cammino è stato parte il ricercare e stabilire - come ha voluto sottolineare ancora di recente il Pontefice, indirizzandoci un pensiero augurale che sentitamente ricambio - "giuste forme di collaborazione fra la comunità civile e quella religiosa".
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    Sono convinto che nelle nuove generazioni sia radicato il valore dell'unità nazionale, e insieme il valore dello Stato unitario come presidio irrinunciabile nell'era del mondo globale. Uno Stato, peraltro, in via di ulteriore rinnovamento secondo un disegno di riforma già concretizzatosi nella legge sul federalismo fiscale. Sarà essenziale attuare quest'ultima in piena aderenza ai principi di "solidarietà e coesione sociale" cui è stata ancorata.

    Sarà essenziale operare su tutti i piani per sanare la storica ferita di quel divario tra Nord e Sud che si va facendo perfino più grave, mentre risulta obbiettivamente innegabile che una crescita più dinamica dell'economia e della società nazionale richiede uno sviluppo congiunto, basato sulla valorizzazione delle risorse disponibili in tutte le aree del paese.
    Il futuro da costruire - guardando soprattutto all'universo giovanile - richiede un impegno generalizzato. “……   Grazie per l’attenzione buon anno

                                                                            

Giuseppe abbati

 

Verso i 150 anni dell’Unità d’Italia       

Alcuni cenni della storia d’Italia

 

Il Regno d'Italia, fu uno stato monarchico europeo.

Tramontato nel 1849il progetto di confederazione, come volevano moltissime personalità di spicco della politica italiana dell'epoca:il piemontese Massimo D'Azeglio, il toscano Bettino Ricasoli ed il federalistalombardo Carlo Cattaneo, il Regno d'Italia nacque  nel 1861, dal Regno di Sardegna, privato, nel 1860, della Contea di Nizzae del Ducato di Savoia, retto dalla sua nascita alla  caduta, nel1946, dalla dinastia reale dei Savoia.

 Cavour, nel suo progetto, prevedeva tre stati: un Regno D'Italia comprendente tutto il nord, dal Piemonte alla Dalmazia; un Regno del Centro composto dal Lazioe parte di Umbriae Toscana, sotto il dominio di un Bonaparte e un Regno dell'Italia Meridionale, sotto la corona borbonica, comprendente il territorio del regno siculoampliato  delle Marchee di parte del Lazio meridionale.  progetto, previsto negli originali segreti degli accordi di Plomberiescon l'Imperatore Napoleone III,  naufragato sia a causa dell'opposizione dei Savoia, sia di  Garibaldi e dei mazziniani e persino dal Re Francesco II delle Due Sicilie, che non voleva acquisire i territori appartenenti allo Stato Pontificio

Il periodo del regno di Vittorio Emanuele II di Savoiadal 1859al 1861viene indicato come Vittorio Emanuele II Re eletto. Infatti, nel 1860il Ducato di Parma, il Ducato di Modenaed il Granducato di Toscanavotano per l'unione con il Regno. Nello stesso anno vengono conquistati dai piemontesi il Regno delle Due Sicilie, con la Spedizionedei Mille,  la Romagna, le Marche, l'Umbria, Benevento e Pontecorvo, sottratti alla  Chiesa e annessi al regno con plebisciti.

Nel gennaio 1861si tennero le elezioni per il primo parlamento. Su quasi 26 milioni di abitanti, il diritto a votare fu concesso solo a 419.938 persone (circa l'1,8%),  soltanto 239.583 votarono;  i voti validi furono 170.567, dei quali oltre 70.000 erano di impiegati statali. Furono eletti 85 fra principi, duchi e marchesi, 28 ufficiali, 72 fra avvocati, medici ed ingegneri.

Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio1861e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II è il primo re d'Italia . Nel 1866,  con la terza guerra di indipendenza, vengono annessi al regno il Veneto(comprendeva anche la Provinciadel Friuli) e Mantova sottratti all'Impero Austro-Ungarico. Nel 1870, con la presa di Roma, viene annesso il Lazio, sottraendolo allo Stato della Chiesa.  Roma diventa la capitale d'Italia (prima  erano state Torino e Firenze).

Seguono i regni di Umberto I(1878-1900), ucciso in un attentato  per vendicare la strage del 1898,quando dei manifestanti  a Milano vennero presi a cannonate dall'esercito,  e di Vittorio Emanuele III(1900-1946). Nel 1919dopo la prima guerra mondialevengono annessi il Trentino, l'Alto Adige, Goriziaed il Friuliorientale, l'Istria, Trieste, Zarae le isole del Carnaro, Lagosta, Cazzae Pelagosa, poi l'isola di Sasenonel 1920 e di Fiumenel 1924.

Durante la seconda guerra mondiale vengono annesse le isole Ionie(ad eccezione di Corfù, legata all'Albania), la Dalmaziae il territorio di Lubiana.

L'Istria, Fiume, la Dalmazia (con le isole di Pelagosa, di Lagosta e di Cazza) vengono cedute nel 1947alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, le isole Ionie passano alla Grecia,l'isola di Saseno all'Albania, alla Franciai territori di Tendae di Briga, il passo del Monginevro, la Valle Strettadel monte Thabor, il Colle del Moncenisioed una parte del territorio del Colle del Piccolo San Bernardo. Il Regno d'Italia, retto intanto da Umbertoprima come luogotenente del Regno (1943-1946) e poi  come re (il Re di maggio) in seguito all'abdicazione di Vittorio Emanuele III, si conclude con la proclamazione della Repubblica Italianaa seguito del referendum del 1946,  casa Savoia esce dalla storia d'Italia dopo 85 anni. 

 

1861: nasce l'Italia,Il nuovo Stato

 

Il Regno d'Italia divenne  come un ampliamento del Regno di Sardegna, fu infatti una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello statuto albertinoconcesso a Torino nel 1848; il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Nei vent'anni antecedenti allo scoppio della I guerra mondiale, il Regno d'Italia aveva visto un graduale ma costante cambiamento verso la forma parlamentare, i governi di quegli anni chiedevano la fiducia alla Camera dei deputati, e non più al Senato del Regno. L'Italia si trasformò  in una monarchia parlamentare come il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità. Nel 1861il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259.320 km2),  non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree tradizionalmente industrializzate coinvolte in processi di rapida modernizzazione , esistevano situazioni statiche ed arcaiche riguardanti soprattutto l'estesissimo mondo agricolo e rurale. L'estraneità delle masse popolari al nuovo Stato si palesò in una serie di sommosse, rivolte, fino a un'estesa guerriglia popolare contro il governo unitario, il  brigantaggio,  interessò principalmente le province meridionali (1861-1865), impegnando gran parte del neonato esercito in una repressione spietata, considerata  una vera  guerra civile. Quest' avvenimento  fu uno dei primi e più tragici aspetti della “ questione meridionale”, problema dalla conseguenze gravissime che ancora oggi attanaglia il Mezzogiornod'Italia.

Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall'ostilità della Chiesa cattolicae del clero nei confronti del nuovo Stato, rafforzata, dopo il 1870e la presa di Roma

I governi della Destra  (1861-1876)

 

 Gli uomini della Destra affrontarono i problemi del Paese con energia  estesero alla Penisola gli ordinamenti legislativi piemontesi adottarono un sistema fortemente accentrato, accantonando i progetti di autonomie locali,  applicarono un'onerosa tassazione sui beni di consumo, come la tassa sul macinato, che gravava soprattutto sui ceti meno abbienti, per colmare l'ingentissimo disavanzo del bilancio.

Con la loro concezione elitaria e pedagogica dello Stato, contribuirono ad allargare il fossato tra il Paese legale e il Paese reale; si disinteressarono delle condizioni delle classi popolari e del Sud, che rimase in condizioni di povertà e arretratezza.

In politica estera, gli uomini della Destra storica vennero assorbiti dai problemi del completamento dell'Unità; il Venetovenne annesso al Regno d'Italia in seguito alla terza guerra di indipendenza. Per quanto riguarda Roma, la Destra cercò di risolvere la questione con il metodo diplomatico, ma si dovette scontrare con l'opposizione del Papa, di Napoleone IIIe della Sinistra, che tentò di percorrere la via insurrezionale (tentativi di Garibaldi, 1862e 1867). Nel 1864venne stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, che imponeva all'Italia il trasferimento della capitale da Torino ad un'altra città; la scelta cadde su Firenze, suscitando l'opposizione dei Torinesi. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma venne conquistata dai bersaglieri e divenne capitale d'Italia; l'anno seguente. Il Papa, ritenendosi aggredito, si proclamò prigioniero e lanciò virulenti attacchi allo Stato italiano, istigando per reazione un'altrettanto virulenta campagna laicista e anticlericaleda parte della Sinistra. Il governo regolò unilateralmente i rapporti Stato-Chiesa con la legge delle guarentigie; il Papa respinse la legge e, disconoscendo la situazione di fatto, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno, secondo la formula «né eletti, né elettori».

Dopo aver ottenuto una maggioranza schiacciante nelle elezioni del 1861, la Destra vide ridursi progressivamente i suoi consensi, pur mantenendo la maggioranza. Nel 1876 venne conseguito il pareggio del bilancio dello stato, ma gravi problemi rimanevano sul tappeto: il divario fra popolazione ed istituzioni, l'arretratezza economica e sociale, gli squilibri territoriali. Un voto parlamentare portò alla caduta del governo di Marco Minghetti, e al conferimento della carica di primo ministro ad Agostino Depretis, guida della Sinistra storica. Finiva un'epoca: solo pochi mesi dopo, Vittorio Emanuele II morì, e sul trono gli successe Umberto I.

I governi della "Sinistra "

 

Depretis formò un governo che, oltre all'appoggio della Sinistra, schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull'appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell'opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo.

Nel 1876, la Sinistra si presentò alle elezioni con un programma protezionista. Si faceva portavoce delle rivendicazioni contro la Destra storica. Con la crisi economica  (1873) crebbe la miseria dei braccianti; questo provocò i primi scioperi agricoli. Il protezionismosi tradusse nell'intervento dello stato, aggiunto ai dazi doganali, che limitavano le importazioni e favorivano il commercio interno. L'interesse del governo si rivolse al rafforzamento dell'industria: grazie agli incentivi statali e al protezionismo nacquero le Acciaierie di Ternie le Officine Meccaniche Bredanel 1884; si svilupparono le infrastrutture; la produzione industriale aumentò. L'ossessione del governo italiano era di portare il paese su una posizione adeguata a livello internazionale; per questo motivo venne acquistata nel 1882 la Baiadi Assab dalla Compagnia Rubattino, da cui partì in seguito l'avventura coloniale nell'Africa orientale.

La Sinistrastorica cercò di migliorare le condizioni di vita della popolazione: con la legge Coppino del 1877 fu ribadita l'istruzione obbligatoria e con la riforma della legge elettorale del 1882 il diritto di voto fu esteso a chi avesse frequentato i primi due anni di scuola o pagasse almeno 20 lire di tasse annue.

Depretis avviò anche una serie di inchieste sulle condizioni di vita dei contadini nella penisola, la più famosa delle quali fu l'inchiesta Jacini. Tali iniziative rivelarono una grande miseria e pessime condizioni igieniche; l'infanzia era spesso vittima della difterite mentre gli adulti soffrivano di pellagra per malnutrizione. Tuttavia le finanze dello Stato venivano dissipate dalla politica coloniale e dai finanziamenti industriali: non furono realizzate nuove strutture scolastiche né bonifiche o migliorie agricole.

Negli ultimi anni dell’Ottocento il Regno fu afflitto da un’emigrazione di massa, nel corso della quale milioni di contadini si trasferirono nelle Americhe e in altri stati europei. In quel periodo, però, l’Italia fece anche un decisivo passo in avanti, avvicinandosi ai paesi più moderni. Ebbe inizio un ciclo di rapida industrializzazione; si affermò il movimento operaio; l’economia progredì, favorita dall’adozione di misure protezionistiche e dai finanziamenti concessi dallo stato e da alcune importanti banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano). L’industrializzazione ebbe i suoi punti di forza nella siderurgia(gli operai del settore tra il 1902 e il 1914 aumentarono da 15.000 a 50.000) e nella nuova industria idroelettrica. Quest’ultima sembrava risolvere una delle debolezze dell’Italia, paese privo di materie prime essenziali come il carbone e il ferro. Utilizzando l’acqua dei laghi alpini e dei fiumi fu possibile ottenere energia senza dipendere dall’estero per l’acquisto del carbone: la produzione di energia idroelettrica, tra il 1900 e il 1914, salì da 100 a 4.000 milioni di kwh. L’industria tessile mantenne una posizione di rilievo con prodotti venduti sia sul mercato interno sia su quello internazionale. Anche l’industria meccanica cominciò ad affermarsi nel settore dei trasporti (auto, treni) e delle macchine utensili. Ciononostante l’economia conservava forti squilibri tra il Nord, industrializzato e moderno e il Sud, arretrato e prevalentemente agricolo.

La modernizzazione si manifestò anche nelle forme della vita politica e del conflitto sociale. Nel 1892 fu fondato a Genova da Filippo Turatiil Partito socialista italiano, principale referente del movimento operaio fino all’avvento del fascismo. Una grande esplosione di protesta popolare si registrò in Sicilia dopo il 1890 e vide migliaia di contadini, spinti dalla crisi che impoveriva l’economia dell’isola, battersi per una riforma agraria. Il governo, presieduto da Francesco Crispi, decretò l’occupazione militare della Sicilia e la condanna dei capi sindacali.

Con Francesco Crispi, appunto, che assunse la carica di Primo Ministro dopo la scomparsa di Depretis nel 1887, la Sinistra prese una svolta autoritaria, nel tentativo di consolidare i possedimenti coloniali e di estenderli all'intera Etiopia; di sviluppare il mercato interno favorendo l'esportazione verso nuovi mercati. La realtà era ben diversa, però, dal progetto di Crispi. Soprattutto una forte collusione tra potere economico e potere politico (si ricordi anche lo Scandalo della Banca Romana) paralizzava lo sviluppo del Paese e soprattutto del Mezzogiorno. Alcuni economisti ritengono che l'economia sia stata in questo periodo "un processo artificioso" prodotto dallo statalismo economico e non dalla libera iniziativa privata.

Il governo della Sinistra storica si concluse nel 1896, con le dimissioni di Crispi, pochi mesi dopo la schiacciante sconfitta italiana ad Adua, dove si contarono circa cinquemila morti. Si racconta che l'Imperatrice madre cinese, alla proposta del governo italiano di intraprendere trattative commerciali, abbia esclamato: «Ma se il Re italiano si è fatto battere persino da un Re negro!». L'iniziativa coloniale italiana non aveva cambiato la posizione del paese sullo scacchiere internazionale.

 

La politica estera

 

Nel 1878l'equilibrio europeo concordato a Vienna rischiò di essere sconvolto dagli esiti della guerra russo-turcae dai successivi accordi di pace che fecero crescere ll sfera di influenza russa nella penisola balcanica. Il cancelliereBismarck, preoccupato di questo, convocò d'urgenza una conferenza a Berlinoalla quale partecipò come rappresentante del Regno d'Italia, il Ministro degli Esteri Luigi Corti. Da questo congresso, l' Impero russovide praticamente annullati i vantaggi ottenuti con il trattato, e all'Austria-Ungheriafu assegnata la Bosnia-Erzegovina, all'Inghilterral'isola di Ciproe alla Franciafu assicurato l'appoggio per l'occupazione della Tunisia. L'Italia non ottenne  vantaggi e la delusione  fu grande;  ancora più gravi furono le conseguenze che ne derivarono, prima di tutte la conquista della Tunisia nel 1881da parte della Francia.]

Nei confronti della Francia si  creò un sentimento di timore che fece passare in secondo piano il vecchio rancore verso Vienna nonostante  occupasse  terre italiane. Così il Regno  cercò un suo posto tra le potenze europee dalle quali sarebbe risultato più forte; guardò  alla Germania, alleata all'Austria-Ungheria. Il 20 maggio1882si concluse il primo trattato della Triplice Alleanza, un accordo di natura difensiva, quinquennale. rinnovato  il 20 febbraio1887, anche se furono siglati due distinti accordi bilaterali Italia-Austria e Italia-Germania che stabilivano l'impegno dei firmatari a mantenere lo "Status quo" nei Balcani.[L'ultimo rinnovo  il 5 dicembre1912.

 

Crisi di fine secolo

 

Negli ultimi anni del secolo a una nuova ondata di scioperi il governo rispose con una dura repressione, il cui culmine si ebbe nel maggio del 1898a Milano, dove il generale Bava Beccarisfece aprire il fuoco sulla folla che reclamava pane e lavoro. Si contarono alcune centinaia di morti. Subito dopo il massacro, la polizia arrestò i dirigenti socialisti, chiuse i giornali di opposizione e le sedi dei partiti operai.

La situazione italiana si trovò allora a un passaggio difficile. C’era il rischio che prevalesse un governo reazionario. L’attentato in cui morì il re Umberto I, compiuto a Monza nel 1900 da un anarchico, rese più tesa la situazione. D’altra parte diversi uomini della borghesia industriale e i partiti di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) puntavano invece a una svolta democratica. Questa si presentò nel 1901, quando il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione.

Economia italiana

 

L'economia italiana del XIX secolo risentiva dell'unità nazionaleconquistata da troppo poco tempo, delle contraddizioni politico-economiche delle diverse regioni unificate, delle forti disparità socioeconomiche fra il settentrionee il meridionedel paese, esemplificate poi nella cosiddetta questione meridionale, oltre che del mutato assetto geopolitico dell'Europa dopo il 1870.

Nel 1877la rete nazionale ferroviariaappariva quasi del tutto completata.

Oltre ai collegamenti interni fra le varie regioni, ormai in via di ultimazione, l'Italiaera collegata con la Franciae l'Europa Centrale.

Tutto ciò consentiva lo sviluppo di un vero mercato nazionale e internazionale, anche se la stessa povertà del mercatointerno ne rappresentava un ostacolo al suo sviluppo.

Saluto del Presidente Napolitano in occasione dell'inaugurazione della Mostra "Gioventù Ribelle. L'Italia del Risorgimento"

 

Roma, 03/11/2010

Sono molto contento di poter testimoniare il mio vivo apprezzamento per questa iniziativa molto originale, molto suggestiva e molto ricca di significato. D'altronde sono qui insieme con il ministro Giorgia Meloni perché siamo tra quelli che credono fortemente nelle celebrazioni del 150° anniversario come occasione da non perdere per rinnovare e diffondere la consapevolezza della nostra identità come Nazione e della nostra storia come Stato nazionale unitario.

Dobbiamo impegnarci a portare in profondità il programma delle celebrazioni senza complessi e senza cedimenti. Siamo un paese nel quale, per tante ragioni, si è diffuso l'orrore per la retorica: io non sarò qui a farvi l'elogio della retorica, ma sotto questa etichetta si sono messe troppe cose, si è teso a buttar via troppe cose. Per esempio, si è diffusa una riluttanza a parlare di eroi: ma che cosa è la storia del Risorgimento se non una storia costellata di episodi di eroismo? Che cosa sono questi giovani che hanno sacrificato la loro vita per la causa della libertà, dell'indipendenza e dell'Unità se non degli eroi? Se guardiamo anche ad altri paesi, vediamo che lì si è molto più attenti a non deprimere il proprio patrimonio storico-nazionale, il proprio patrimonio ideale. Io sono stato a Parigi, invitato a parlare alla Scuola Normale Superiore che ha dedicato, qualche settimana fa, una giornata a "Cavour l'Europeo", richiamando noi tutti allo straordinario valore che per l'Europa ha rappresentato il movimento per l'Unità d'Italia, e il conseguimento dell'Unità. Quindi, liberiamoci da questi complessi, e stiamo attenti ai cedimenti ad una rappresentazione sterilmente polemica e distruttiva del Risorgimento e del processo unitario: una rappresentazione del Risorgimento, in particolare, come rivoluzione mancata o fallita.

Si potrebbe continuare a citare esempi di queste tendenze perniciose che danno una interpretazione unilaterale e anche spesso storicamente falsa. Per esempio quella secondo cui il brigantaggio meridionale ha rappresentato una semplice reazione di rigetto dell'Unità d'Italia per i modi in cui l'Unità si era conseguita. Il brigantaggio ha afflitto l'Italia meridionale ben prima della realizzazione dell'Unità sotto l'egida dei Savoia, sotto l'ègida della monarchia sabauda; è stato un fenomeno diffuso per decenni nel Mezzogiorno, ed è stato in gran parte rivolta sociale, rivolta contro l'oppressione sociale e politica innanzitutto del regno dei Borboni. Invece, affiorano perfino venature di nostalgismo borbonico nella discussione che, in qualche modo, circola nel nostro paese. Quindi, ripeto, attenti a questi cedimenti.

Il Risorgimento è stata una vicenda molto complicata, molto sofferta, molto contraddittoria. Ci sono stati errori e, soprattutto successivamente all'Unità, ci sono state gravi insufficienze dello Stato unitario, ma non mettiamo sul conto di Goffredo Mameli o degli eroi che hanno sacrificato la loro vita, e in generale degli artefici del grande processo che ha portato alla nascita dello Stato nazionale unitario, gli errori e le responsabilità delle classi dirigenti che si sono succedute dopo l'Unità, fino ai nostri giorni. Se il problema del Mezzogiorno è rimasto la più grave incompiutezza del movimento nazionale unitario, non è responsabilità né di Mazzini né di Garibaldi e nemmeno di Cavour.

E a proposito di Cavour va detto che egli certamente impersonò l'egemonia moderata sul movimento per l'Unità, ma questa egemonia non si sarebbe realizzata se egli non avesse saputo interpretare le istanze ideali del movimento nazionale. Ho avuto modo di dire, e mi piace ripetere, che la grandezza del processo unitario è consistita nella pluralità e ricchezza delle sue ispirazioni, delle sue componenti ideali e delle sue forze reali, e la grandezza di Cavour è consistita nella capacità di far confluire questa pluralità di ispirazioni e di componenti in una azione politica che ha potuto condurre al conseguimento del risultato possibile.

C'è poi anche un parlare di continuo delle tensioni personali, perfino violente, tra i protagonisti del Risorgimento, ma la cosa fondamentale è che, nonostante quelle differenze e quelle tensioni, prevalse il senso dell'obiettivo da raggiungere, il senso dell'unità. E vorremmo che anche nell'Italia di oggi su tante tensioni che si possono comprendere - in qualche misura (ma non esageriamo), sono fisiologiche - prevalesse sempre il senso dell'unità che oggi c'è, il senso dell'unità che abbiamo conquistato.

L'on. Giorgia Meloni ha ricordato il concetto di 'piccole patrie', e c'è una bellissima pagina della Storia d'Europa di Benedetto Croce che prefigura per l'Europa il processo verificatosi in Italia con l'Unità quando il napoletano e il piemontese si fecero italiani "non dimenticando le patrie più piccole, ma meglio amandole". Ecco, noi dovremmo riuscire a dare questa consapevolezza ai giovani d'oggi.
Naturalmente, se il nostro impegno per le celebrazioni si esaurisse nei convegni accademici o nelle cerimonie ufficiali, non conseguirebbe l'obiettivo che vogliamo conseguire. Le celebrazioni devono raggiungere innanzitutto le nuove generazioni, e perciò apprezzo moltissimo tutto il programma che il ministro Meloni ha esposto, apprezzo moltissimo il lavoro che è stato fatto da studiosi e da tecnici, e anche il ricorso a nuovi strumenti di rappresentazione e comunicazione.

E' essenziale che ci sia questa partecipazione, ce la dobbiamo mettere tutta con molta tenacia, senza scetticismi e senza tergiversazioni, fino al 17 marzo del prossimo anno, e oltre. E dobbiamo dire ai giovani, a voi che siete già coinvolti in questo movimento celebrativo, dateci una mano, fate catena, trasmettete tra i vostri coetanei, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di studio e nel luoghi di incontro, il messaggio dell'Unità nazionale, dell'identità italiana, della causa comune e del patto che deve legare gli italiani del futuro.

150° anniversario Unità d'Italia di Raffaele Langone

 

Il 2 ottobre 1860 è la data in cui Cavour presentò al Parlamento il disegno di legge che avrebbe garantito d’annessione delle province del Sud al nuovo Regno d’Italia, a seguito del crollo del Regno delle Due Sicilie.

Ma già l’anno successivo “i giudizi di chi avvertiva la difficoltà quotidiana di governare una popolazione ben presto definita “ingovernabile” si arricchirono con il passare del tempo di notazioni che, pur articolandosi maggiormente rispetto alle rappresentazioni iniziali, ne accentuarono gli elementi negativi, ponendo le basi di quello che in breve tempo sarebbe diventato lo stereotipo del meridionale pigro, corrotto e vile del Mezzogiorno “cancrena”  

Da subito quindi, nonostante non si parlasse ancora di una “questione meridionale”, vennero alla luce dei pregiudizi mentali dei settentrionali nei confronti della società contadina del Sud. In seguito un altro problema venne alla luce. Lo storico Villari, nelle sue “Lettere meridionali”, scritte nel 1875 al direttore dell’ “Opinione” Giacomo Dina, pose l’accento soprattutto sul disinteresse che gli italiani del Nord manifestavano nei confronti della situazione. “Fortunatamente, essi dicono fra sé, non tutta l’Italia è nella condizione in cui sono le province meridionali. Se laggiù il contadino ed il povero sono in così pessimo stato, se la gente colta manca al suo dovere, non reagendo e non migliorando questo stato di cose, peggio per loro; resteranno ancora per un pezzo nello stato di semi – barbari. Nell’Italia centrale e superiore saremo, come siamo, civili”.

In breve tempo, quindi, la questione meridionale divenne un fenomeno, oltre che politico, anche sociale e antropologico. Brigantaggio, mafia e camorra divennero ben presto delle giustificazioni ad un tale modo di pensare. Come scrisse anche Antonio Gramsci, secondo i settentrionali la causa dell’arretratezza del Sud non doveva essere attribuita a cause storiche, come ad esempio il malgoverno che aveva regnato per tutta la durata del Regno delle Due Sicilie, ma piuttosto al carattere stesso dei cittadini di quelle terre. Niceforo arrivò a scrivere, nel libro “L’Italia barbara contemporanea” del 1899: “La razza maledetta che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno , ch’è tanto affine per la sua criminalità alla prima, dovrebbe essere trattata col ferro e col fuoco”.

Il Sud visto quindi come la “palla di piombo” che impediva lo sviluppo economico e industriale del Paese. Fu solo verso i primi del Novecento che si iniziò a riflettere sull’utilità di una politica di governo che permettesse un fiorire del Mezzogiorno. Francesco Saverio Nitti, conscio che delle discussioni puramente astratte non avrebbero portato a nessun cambiamento, cercò di far diventare Napoli il centro industriale del Sud con la nascita nel 1904 dell’industria siderurgica. Successivamente immaginò di rendere la Calabria “una delle più prospere terre italiane ” con l’introduzione di laghi artificiali che avrebbero contribuito all’irrigazione del territorio. Nitti nel 1911, sotto il governo di Giolitti, divenne ministro dell’Agricoltura e iniziò un processo di modernizzazione produttiva del Sud. “Grazie a un’intensa collaborazione col radicale Ettore Sacchi, ministro dei Lavori pubblici, con Angelo Omodeo e con altri tecnici – funzionari di valore come Meuccio Ruini e Arrigo Serpiero, furono approvate nel 1911 la legge sulle opere di sistemazione idraulico – forestale e di bonifica e nel 1913 quella che favoriva la costruzione di grandi bacini artificiali per la produzione di energia elettrica in Sardegna e in Calabria”.

Anche Salvemini si rese conto che era necessaria un’alleanza fra la classe operaia del Nord e quella contadina del Meridione. Insisteva che “i socialisti settentrionali dovevano abbandonare ogni pregiudizio sul conto del Mezzogiorno e convincersi che era indispensabile fare come negli altri paesi, dove il proletariato industriale aveva capito di “non poter far nulla senza l’aiuto del proletariato rurale””. Con l’avvento del fascismo alla questione meridionale vennero tolte tutte le connotazioni politiche. Mussolini si occupò più che altro degli aspetti più tecnici della situazione, ma finito il Ventennio tali regioni si trovarono di nuovo in un clima di profondo malessere sociale e politico. Per far uscire il Sud dalla condizione di arretratezza in cui era stato lasciato, dal 1948 in poi la sinistra italiana raccolse le proteste dei contadini e attuò una politica di intervento straordinario che ebbe come strumento principe la Cassa per il Mezzogiorno.

Grazie anche agli aiuti americani offerti dal Piano Marshall iniziò la nascita di un “nuovo meridionalismo” che permise un certo sviluppo a tali regioni, seppur con diversi risultati fra i diversi territori. Questo portò nel 1946 alla nascita dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, detta Svimez, che ebbe fra i suoi promotori Rodolfo Moranti, ministro dell’Industria e del commercio del governo di Alcide De Gasperi fra il 1946 e il 1947. “L’attività industriale napoletana doveva risorgere, per Moranti, intorno al nucleo della grande industria siderurgica e metalmeccanica, dei cantieri navali, delle raffinerie, del settore tessile e di quello conserviero, ma era essenziale che la ripresa dell’attività produttiva avvenisse con caratteri di organicità che avrebbero finalmente reso l’industria napoletana capace di espansione propria e di irradiarsi in tutto il Meridione”.

L’interesse della Democrazia Cristiana per la situazione del Sud Italia garantì nel 1947 la nascita di un Comitato permanente per il Mezzogiorno, del quale Luigi Sturzo fu uno dei maggiori promotori. Nel 1954, l’allora ministro del Bilancio, Ezio Vanoni, propose lo Schema decennale di sviluppo del reddito e dell’occupazione. Basandosi su un’economia politica di stampo keynesiano, tale schema avrebbe portato nel giro di dieci anni ad un aumento dei posti di lavoro facendo leva sui settori dell’agricoltura, delle imprese di pubblica utilità e delle opere pubbliche. Tutto ciò per far venir meno la visione del Mezzogiorno come di un’area depressa e iniziare a renderlo una risorsa invece di un problema.

Nel frattempo a Nord si ebbe quello che divenne noto come il “miracolo economico” che comportò una forte emigrazione dalle regioni meridionali a quelle settentrionali. Iniziò, con grandissime difficoltà, l’unificazione sociale delle “due Italie”. Ma “le difficoltà della convivenza quotidiana trovava ampio spazio sulla stampa torinese e milanese sia attraverso i frequenti episodi di cronaca nera di cui erano protagonisti i meridionali sia attraverso i commenti dei lettori che, scrivendo ai giornali, lasciavano emergere l’esistenza del pregiudizio antimeridionale. (…) La contrapposizione si annullava solo quando l’integrazione avveniva nel segno del rifiuto da parte dei meridionali del loro sistema di valori originario in nome dell’accettazione del modello di vita della comunità di accoglienza”.

L’antimeridionalismo ha trovato una voce politica ai nostri giorni con Umberto Bossi e la nascita della Lega Nord, che, facendo leva su una del tutto infondata origine celtica dei popoli della “Padania” propone, dal 1991, “la divisione dell’Italia in tre repubbliche o macroregioni unite in una struttura federale, intesa come soluzione transitoria e primo passo verso una futura, ancora più ampia autonomia”. Il resto è cronaca dei nostri giorni.

In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sul sito della Farnesina saranno pubblicati, per tutto il corso dell’anno, una serie di documenti relativi al complesso processo di riconoscimento del nuovo Stato da parte della comunità internazionale.

Custoditi presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, i manoscritti originali con cui le massime autorità politiche dei più diversi paesi manifestavano l’intenzione di instaurare formali relazioni diplomatiche con il nuovo Stato italiano rappresentano una testimonianza diretta, dall’elevato valore storico e simbolico, del coronamento di quel disegno unitario che il 17 marzo del 1861 vedeva la Nazione italiana, sino ad allora artificiosamente divisa in una serie di piccoli e medi stati regionali, farsi Patria e progetto comune.

Tributo alla memoria del momento fondativo del nostro percorso unitario e vivida testimonianza della centralità della dimensione internazionale per la vicenda nazionale, le pubblicazioni che accompagneranno, settimana dopo settimana, la presentazione di tutti gli eventi dedicati al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, rappresentano un modo, fra i tanti, scelto dal Ministero degli Affari Esteri per augurare all’Italia “buon compleanno”.
 

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